La parete.
Un confine. Un freno. Un muro che mi incolla, mi tiene fermo, paralizzato. Mi separa dalla vita, dal movimento, dall’esperienza. Sta lì, sempre lì.

Io resto fuori. Intrappolato. Immobile.
Sento il cemento freddo contro la schiena. Sono quello seduto, incastrato alla mia parete.

Perché la vita deve essere solo piacere. Il massimo piacere. Tutto ciò che non lo è, tutto ciò che chiede attesa, fatica, incertezza… lo rifiuto. Lo getto via. Non lo accetto. Esistenza, perché non sei solo gioia? Perché devo aspettare? Perché devo lottare? Perché devo sanguinare? Mi lacera. Mi rode. Mi divora. Scava dentro. Brucia sotto la pelle. Ecco la mia parete.

Ancora lì, incollato alla mia parete.
Perché la vita deve essere perfetta. Perfetta come l’ho immaginata io. Ogni cosa deve andare esattamente come l’ho deciso. Se qualcosa devia, se qualcosa sfugge, se qualcosa non è come voglio… allora non va bene.

Mi irrigidisco. Stringo i denti. Stringo i pugni fino a sentire le ossa scricchiolare. Ecco la mia parete.

Mani serrate, schiena curva, corpo teso. Muscoli duri, contratti. Respiro corto. Troppo corto. Troppo poco. Occhi fissi nel nulla, ma il nulla mi inghiotte.

Quando vedo dolore, ingiustizia, sofferenza, sento solo rabbia. Odio. Brucia. Mi consuma. Perché? Perché lo permetti? Perché esiste? Mi chiudo. Mi indurisco. Mi blocco nel mio stesso odio, nella mia stessa rabbia. Non aiuto nessuno. Nemmeno me stesso. Mi consumo. Mi prosciugo. Divento il vuoto che detesto. Divento la mia parete.

E se non fossi nulla? Se non avessi una mia autenticità? Se fossi solo un’ombra senza forma? Un nome che nessuno ricorda? Ecco la mia parete.

E se invece esistessi, se fossi distinto, ma separato, solo? Solo, senza radici, senza legami, senza un punto d’appoggio? Se nessuno mi cercasse? Ecco la mia parete.

Restare lì. Incatenato alla rabbia, al risentimento, alla paura. Rannicchiato, con i pugni stretti, le nocche bianche, le mascelle serrate. Bloccato.

Oppure alzarmi. Muovermi. Scardinarmi da dentro. Strappare la pelle morta. Fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Basta marcire dentro. Basta lasciarsi morire nell’immobilità.

Accettare che la vita non è solo piacere, non è solo dolore, non è solo mia. Camminare, un passo dopo l’altro. Anche se fa male. Anche se tremo. Verso la vita.

Parete o ‘it is what It is…’
Parete o creatività..
Parete o movimento e ‘faccio quel che posso’
Parete o fiducia..affidamento….pazienza…..attesa
Parete o ..momento presente ..lucidità ed azione..
Parete o ..accettazione del ciclo vitale…malattie..vecchiaia..morte..lutti..

Dolce piccolo essere umano, quanto tempo vuoi passare qui?

Inchiodato alla tua parete, incastrato nelle tue convinzioni, intrappolato nelle tue paure. A modo suo Ti ha protetto, sì. Ti ha tenuto buono. Ti ha fatto credere che eri al sicuro. Ma è una prigione. La chiami rifugio. Ma è una tomba.

E tu non sei nato per essere murato dentro. Tu sei nato per esistere. Non sei figlio di un concetto. Non sei figlio di una paura. Sei parte di un Universo che si muove. Sei parte di Qualcosa che consuma e ricrea.

Allora muoviti. Finché puoi.
Un passo. Un altro. Strappa le radici. Spacca i chiodi. Spezzati e ricrea te stesso. Rompi la parete.

E vivi.

…Si’, so come voglio passare il tempo che mi resta, … lontano dalla parete.

E tu ,mio caro amico che hai dedicato del tempo a leggere questo frammento, come ti stacchi dalle tue pareti?

uomo che si allontana da una parete grigia, dirigendosi verso una luce calda e avvolgente. La scena simboleggia la liberazione e la trasformazione, con colori vibranti che contrastano con il passato cupo.

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